Novembre 18, 2008

Su “Novalis” di Giorgio Fontana

[Novalis, Marsilio, 2008, pp. 232, €15.00]

0. Introduzione

Ho letto Novalis due volte, praticamente una di fila all’altra. Prima di questa recensione ne avevo scritta una più lunga: ma l’ho trovata troppo frettolosa, superficiale, e anche un po’ disonesta: quindi l’ho eliminata. Tutto ciò per dire che di romanzi come Novalis è difficile scrivere.
Un romanzo può essere affrontato da centinaia di punti di vista (su Crash di Ballard, per esempio, ho riempito dieci pagine solo per descrivere lo stile; poi ho capito che un lavoro di questo tipo è inutile, oltre che incredibilmente faticoso.)
Per chiarezza espositiva dirò questo: ho intenzione di trattare un’unico aspetto di Novalis, e da quest’unico aspetto mutuare alcune riflessioni collaterali che descrivano i punti forti e i punti deboli di questo romanzo.
La proposizione che intendo discutere può sembrare paradossale, eppure non lo è. (Potrebbe, però, essere del tutto sbagliata.)
Ed è la seguente: Novalis è un romanzo religioso.

1. Il cielo

Si potrebbe partire dal paragone con Palanhiuk, da qualche osservazione sul malessere contemporaneo o, a rigor di logica, dalla splendida copertina di Travis Smith.
Purtroppo però questa volta mi toccherà essere banale: partirò dall’inizio.
Il romanzo si apre con un Prologo in cielo. Cosa contenga questo prologo è di granlunga meno interessante della sua mera esistenza (il contenitore, in questo caso, conta più del contenuto). La prima impressione che ricavo dalla lettura del libro è dunque piuttosto singolare: esiste un cielo, qualunque cosa esso sia.
(E non è una banalità, per quanto possa sembrare tale: sulla dimensione esclusivamente terrena della letteratura contemporanea ci sarebbe molto da dire.)
Ma che cos’è questo cielo? Cosa rappresenta? Qual’è la sua funzione narrativa?
In Novalis il cielo è assenza. Qualcosa che forse un tempo è esistito – certamente adesso non c’è più. Ma è anche ricerca o speranza o tensione: qualcosa a cui si anela, verso il quale si tende.
I paragoni che mi vengono all’istante sono due: la città di Marozia in Calvino (la città delle rondini che sta per sprigionarsi dalla città dei topi); e la filosofia heideggeriana (l’Essere che si ritira di fronte alla reficazione del mondo).
C’è una luce verso la quale dirigersi, una prospettiva chiaramente teleologica (cosa sia questa luce lo vedremo più avanti).
E c’è anche la condizione presente (la terra), il mondo ridotto ad oggetto, lo spirito che si prosciuga della sua potenza vitale.

2. Fame

Dove c’è assenza, si sa, c’è fame: di spiritualità, di emozioni forti, di contatto empatico (non importa quale sia il mezzo per raggiungerlo) con l’Altro.
I personaggi di Novalis sono tutti affamati di spirito. Cercano qualcosa che non sanno definire (un brivido? un senso?) e lo cercano con mezzi caotici e imperfetti, con gli strumenti mutilati della loro banale, perduta umanità.
C’è Alex, che quel qualcosa lo trovava nella musica. Ma ora che la musica è finita che ne sarà di Alex? Niente. Vaga come un’anima persa per la sua personale terra desolata, non può pensare ad altro che alla sua fame, alla sua condizione di corpo tra i corpi (ma non può essere tutto qui, si ripete tra le righe, come un’ossessione). C’è il padre di Alex che quel qualcosa l’ha trovato nel narcisismo estremo dell’ipocontdria (che aspetta l’infarto come Lenin aspettava la rivoluzione: con fiducia e dedizione da martire). E c’è Sara, che invece immola il proprio spirito sull’altare della perversione (per cui la ricerca è discesa negli inferi, autodistruzione, vendetta contro il proprio Sé).
E poi c’è, naturalmente, il Gruppo Novalis.

3. Il Messia

Perché quattro sconosciuti che si sparano in bocca di fronte ad un pubblico di disperati possono essere paragonati a Cristo?
Perché come lui sono portatori di un Verbo: perché offrono la redezione: perché recitano la veste istituzionale della purificazione, la Messa, la Comunione, la catarsi.

4. Luce

Il Verbo proposto dal Gruppo Novalis è il più semplice possibile, il più adatto ai tempi: é il Nulla. Di fronte ad un mondo di assenze ecco a voi l’Assenza, la morte, la violenza senza uno scopo (o anche il vuoto di senso, l’abisso).
Qui il paragone è per me ancora più limpido: il racconto A celan, well-lighted place di Hemingway (“niente nostro che sei nel niente” e così via).
Se la parola è il Nulla, l’ostia della Comunione è il dolore (lui si spara in bocca, sta peggio di te), la dipendenza (la morte chiama morte), lo stesso tipo di legame empatico che lega i tossicomani gli uni agli altri (moriremo tutti dello stesso male).
Il sangue di Cristo qui è il sangue di uno sconosciuto mascherato – ma pur sempre di sangue si tratta.
Nella luce nera del Gruppo ci si perde, ci si disintegra, si rinasce irrimediabilmente diversi.

5. Preghiere

Nel corso del romanzo Alex si ritrova spesso a pregare. Recita il padre nostro a mozziconi, a brandelli – l’unico tipo di preghiera concessa in un mondo di residui. Perché lo fa? Mentre recita non ne ha coscienza alcuna, soltanto il desiderio spasmodico che qualcosa serva, che ci sia dell’altro oltre alle cose, uno spirito, un dio, di qualunque cosa si tratti.
Anche chi non prega utilizzando le formule convenzionali della religione cattolica sta recitando il suo mantra, continuamente, durante il corso di tutto il romanzo.
Ci sono litanie che vengono ripetute ossessivamente: la musica, la pornografia; l’infarto; l’isolamento; la perdita di sé tra le cose, il panteismo della periferia devastata.
C’è affetto nei cavalcavia distrutti, nei capannoni industriali, come dire: smettete di essere quello che siete (le macerie di un’industrializzazione che non esiste più), diventate altro, donatemi il Senso.

6. Colpa

E c’è la colpa, l’invenzione suprema della nostra cultura cristiana. C’è la purezza che un tempo risedeva in cielo, nell’Eden, e che ora è stata irrimediabilmente sporcata dal peccato originale. Portiamo in noi i semi del peccato da millenni a questa parte, solo il giorno del Giudizio separerà i buoni dai cattivi e ci concederà la vera vita, la riunificazione con noi stessi
Ma cos’è in Novalis questo peccato? Non è la morte e nemmeno l’abisso: è la merce; sono le cose; gli oggetti che hanno riempito le nostre vite, il degrado spirituale della nostra civiltà giunta allo stremo, la plastica e le macerie che invadono le nostre anime e dalle quali sembra non esserci via di fuga.
Ogni personaggio in Novalis vive con colpa questo fattore sistemico, individualmente, come una ferita impossibile da rimarginare. Tutti per qualche motivo si sentono sbagliati: tutti vorrebbero qualcosa che non hanno e tutti lo cercano al di fuori di sé, in una comunicazione con l’Altro che è diventata impossibile perché è errata in partenza – non è la musica il problema, non è il fatto che Alex non suoni più: è quel qualcosa che ha perduto in un passato ancestrale che non ricorda (la perfezione? la purezza?) e che attraverso la musica gli sembrava di raggiungere.
Per questo (e stiamo ancora parlando di colpa) finita la musica non resta altro che il Niente.

NOTE

Nota sulla lingua

Ogni singola parola, in Novalis, veicola questo senso di perdita, di caduta, di abbandono e insieme di ricerca. Le sillabe bruciano perché sono attraversate dal dolore. In questo senso Giorgio Fontana non assomiglia per niente a Palahniuk. Perché entrambi sono inguaribili romantici, ma Palanhiuk vive in una dimensione del tutto terrena mentre Fontana no. Perché quello di Palanhiuk è un dissenso nei confronti del sistema (il suo romanticismo è ribellione antimodernista) mentre quello di Fontana è un dolore intimo, una tensione kierkegaardiana del singolo attanagliato dall’angoscia che cerca un dio introvabile. Per questo motivo la lingua di Palanhiuk è tagliente, sottile, gelida: perché deve funzionare come arma per aggredire un mondo. E sempre per questo quella di Fontana è densa, vibrante, ritmata: perché recita una preghiera intima, è una ricerca, un dolore, la volontà di una conversione.
In questo senso Fontana assomiglia molto di più a Mancassola o a Saviano che a Palanhiuk. Oppure davvero a Novalis (il poeta) o all’infinito di Leopardi (proprio quell’infinito è la meta della ricerca di Alex, solo che sono cambiati i tempi: non basta più una siepe e il ricordo di un infanzia, oggi siamo agli estremi rimedi).

Nota sul concetto di colpa

Non sono cristiano (non ho ricevuto un’educazione cristiana) eppure faccio parte di questa nostra cultura incentrata sulla dualità, sulla colpa e sulla salvezza: questo, sotto ogni punto di vista, è un guaio.
Il sentimento che sta alla base di Novalis lo conosco bene (è stato mio per molto tempo) e forse anche per questo motivo posso dire che sì, Novalis è un bel romanzo: perché è un romanzo ricco e scritto in maniera straordinaria; un romanzo potente; un romanzo per certi versi straziante.
Eppure, nonostante tutto questo, non posso far altro che considerare erroneo il punto da cui la riflessione in esso contenuta parte: il problema affrontato, insomma, mi appare come un falso problema.
Non credo nella visione manichea che oppone il bene al male (e per traslato simbolico il cielo alla terra), la purezza al peccato, la perdizione alla salvezza: non credo alle lotte tra angeli e demoni, né nell’empireo né dentro l’anima umana.
Non credo negli assoluti romantici e penso che la visione mitica della colpa (Pavese su questo ha scritto cose straordinarie, però poi si è avvelenato a quarant’anni perché convinto di essere sbagliato; più o meno il ragionamento di un’adolescente anoressica) vada inteso grossomodo come un metodo di controllo sociale (se sbagli dio ti punisce) e poco più.
Credo che la religione cristiana sia la più grande nevrosi collettiva della storia occidentale: la più grande impalcatura psicologica mai ideata dall’uomo per tenere a freno i propri istinti e per cercare di conferire alla realtà un ordine che semplicemente non esiste.

Alex rimpiange la perdita di qualcosa che non è mai esistito, cerca quella stessa cosa che non potrà mai ottenere se non fuggevolmente, perché fuggevole è la natura delle nostre emozioni. Cerca al di fuori di sé qualcosa che esiste solo in lui; sublima a livello simbolico (la purezza, la salvezza, il cielo eccetera) in sentimento interno di perfezione e unità che ha smesso di esistere nel momento stesso in cui è venuto alla luce.

(La cosa divertente, paradossale di tutta questa storia è come le religioni monoteiste siano riuscite a costruire fortezze e muraglie invalicabili sul più umano dei sentimenti: hanno cercato dio, la perfezione e l’unità senza capire che quel sentimento d’unità era ciò che provavano all’interno dell’utero materno – che non aveva nulla a che fare con dio ma probabilmente con un rapporto irrisolto con la propria madre. Da qui tra l’altro la misoginia della chiesa, il suo tentativo di arginare ogni aspetto istintuale nella femmina – perché il suo corpo come la terra procrea e ciò è inconcepibile per chi, come le gerarchie vaticane, da duemila anni cerca di tenere sotto controllo ogni pulsione istintuale. Faccio notare solo en passant che anche in Novalis la ricerca della donna – Sara – è sacrificio, mortificazione del proprio corpo attraverso una sessualità autopunitiva.)

(Attenzione, però: con questo non voglio dire che Novalis contenga in sé tracce di misoginia né tantomeno che sia spinto nelle sue motivazioni più profonde da un rapporto irrisolto con la figura materna - se dicessi una cosa del genere sarei pazzo. Volgio dire che Novalis è un romanzo profondamente contemporaneo e profondamente occidentale, che risponde in maniera sensata e potente ad una chiara esigenza del presente (l’assenza di spiritualità in un mondo che si è fatto oggetto, meta, merce di scambio). E che per fare ciò pone le sue radici - e questo è a mio parere uno dei lati più interessanti del suo discorso - in una cultura millenaria, che non si limita alla cronaca dell’oggi ma ripropone in chiave moderna il grande tema cristiano del male e della salvezza e come tale racchiude in sé tutta la lotta titanica dell’uomo che lotta con le forze del destino (l’uomo che lotta contro il dolore che lo attanaglia da sempre come una carie). Ma come tale (proprio perchè tale) credo anche che l’impasse concettuale con cui si conclude (il dialogo tra Alex e Maschera Nera non è un vero dialogo, non affronta e non supera il problema, al massimo lo iberna) dica qualcosa, forse molto, sulle difficoltà dell’uomo occidentale contemporaneo di liberarsi dalla propria nevrosi (il senso di colpa e la punizione conseguente). In questo senso è un romanzo figlio di quella tradizione filosofica che poi sarebbe sfociata nel cristianesimo (parlo di Platone e seguaci) che da più di duemila anni si scontra sempre con la stessa problematica, conferendo a sè stessa (questo è indubbio) la dignità del dolore e della lotta, ma anche autocondannandosi alla sconfitta (chi potrebbe dire che Alex ha vinto la sua battaglia a romanzo concluso?) proprio perché i termini del problema, malposti come sono in tutti noi da una tradizione culturale millenaria, non possono che condurre ad una risposta negativa, vagamente disperante.)

Credo insomma che il senso di perdita sia un residuo atavico dell’esistenza prenatale, importantissimo in questo senso ma che forse andrebbe preso per quello che è e non trasformato, proprio come ha fatto il cristianesimo, in un mostro. Credo che la colpa non esista perché non esistono modelli fissi che non siano culturali (e di conseguenza modificabili nel corso del tempo), che non concernano il nostro vissuto personale, il nostro modo di rapportarci al mondo esterno e agli altri. Credo che non esista possibilità di sporcarsi perché non c’è mai stata una purezza (quando? durante l’infanzia? da bambini non eravamo capaci di provare il male, di fare il male?), che la salvezza sia un’illusione per chi non accetta che nella vita ci sono cose belle e brutte, che il senso sfugge sempre, che un ordine (una direzione) è impossibile da conferire al corso degli eventi.
Proprio Giorgio Fontana aveva scritto una cosa, una volta, che ritengo di grandissima importanza (anche se mi viene da chiedermi, allora, in che direzione Alex corra con tanta foga): che non costruiamo in verticale, costruiamo e basta. Esatto: questo è il mio punto di vista. Come nei koan orientali esiste il problema ma non la soluzione – ciò che conta è la ricerca, non la meta ma il viaggio.

Ottobre 29, 2008

La costipazione del pendolare

(il più bel pezzo che abbia trovato sul web in questi ultimi mesi è di: rotative e mazeppa)

“Ho deciso di distrarmi guardando dal finestrino. Fuori c’è una nuvola orrenda che sembra il nordamerica. Solo che la california è all’ingiù e a me dopo, dopo, all, mi veniva, dopo all, da scrivere, la california, all di nuovo, e così via. Adesso è un calamaro minaccioso, anno all, un calamaro minaccioso con l’occhio di sole. Un calamaro bizzarro, un calamaro beffardo, con l’occhio di sole fumoso e crudele. Sono a xxx e c’è un uomo che sta per scendere, con scarpe di pelle orribili e una camicia su di un ometto dentro una busta nera e mi guarda. La nordamerica calamaro occhi-di-sole-minacciosa. Vietato l’ingresso a tutte le persone non autorizzate recita un cartello. Sono a xxx e c’è una nuvola orrenda fuori, e non so se voglio scendere.”

di: rotative e mazeppa, tratto da: “La messaggistica istantanea brucia il bambino”. L’antologia degli sms tristi, Bollati Borighieri, 20010

Ottobre 24, 2008

Motivazioni di un omicidio politico

Mio nonno era un repubblichino. Era stato fascista sotto Mussolini e dopo il 43 aveva aderito con entusiasmo a Salò. A sentire mia nonna era un amante della guerra e delle armi – suppongo che avrebbe sparato con la stessa passione anche se si fosse trovato dall’altra parte della barricata. Di una cosa però sono certo: se gli americani non l’avessero impiccato alla trave della cantina (è così che se n’è andato mio nonno) oggi sarebbe in prima fila nei cortei di Forza Nuova.
Lui era fatto così, credeva nelle regole.

Mio padre, ora. Forse fu l’odio per il genitore che non aveva mai avuto o forse l’influenza di uno zio partigiano: non saprei dire. Quello che so è che mio padre nacque comunista: a quattordici anni si trovava alla porta 2 di Mirafori a contestare le repressioni nelle fabbriche.
(Che ci faceva mio padre a Mirafiori a quattordici anni? Non so. A mia nonna la politica fa venire sfoghi pruriginosi dietro le orecchie. Credo che dovette rassegnarsi all’evidenza…)
A vent’anni era nel sindacato e a ventotto aveva  conosciuto mia madre, che prima di diventare mia madre bruciava il reggiseno in piazza perché venisse approvata la legge sul divorzio.
Sul seno di mia madre, dolcemente stuzzicato dai venti primaverili ed esposto al pubblico giudizio, non ho francamente parole da spendere.

E infine io: io non sono ninte.

Ho solamente una scusante per la mia inadempienza morale, un’unica giustificazione: ci ho provato in tutti i modi, dio sa se ci ho provato.
Al liceo ero presidente della consulta regionale degli studenti. Incontravo il preside ogni due giorni e organizzavo picchetti davanti all’entrata. Poi ascoltavo i miei coetanei raccontare le loro avventure sessuali e pensavo alla mia vita: riunioni, proclami, lotte.
Ero giovane, solo e annoiato dalla burocrazia.
Allora ho cercato nella sponda opposta, nei movimenti di piazza, nei centri sociali, nelle case occupate e nelle radio libere. Ho avuto qualche ragazza (la mia situazione, in effetti, è migliorata). Ma avevo paura della polizia, delle cariche e delle tenute antisommossa. Non avevo fiato per correre e dormire sui divani dei compagni mi provocava un’isteria indescrivibile. (Non dormivo tutta la notte e la mattina dopo facevo la doccia cinque volte di fila.) A fatica, questa volta, ma sono giunto a capire che la vita del rivoluzionario non faceva per me.
Poi è venuta l’università. I collettivi, le associazioni, gli enti, i comitati: ho provato qualunque cosa la vita politica dell’ateneo mettesse a disposizione degli studenti.
Niente: nessun brivido, nessuna emozione, nessun’estasi.
E allora fuori dall’università, per le strade, nelle piazze, nei sottoscala e nei magazzini abbandonati. Ho fatto tutto (giuro su dio, tutto), tutto quello che una persona può fare nel corso di una vita io l’ho fatto in una manciata d’anni: le manifestazioni contro il nucleare, i cortei per la difesa degli animali a rischio di estinzione, i sit-in contro le riforme del governo e contro l’assenteismo dei parlamentari dal parlamento; le marce per la pace, quelle per la difesa dell’economia locale, per il patrimonio artistico, per l’istruzione, per i diritti dei migranti e per l’abbattimento delle barriere architettoniche e degli eco-mostri e dei quartieri-fantasma…
Ma non c’è stato niente da fare: non mi trovavo a mio agio da nessuna parte, non ero mai veramente me stesso.

Poi, oggi, ho avuto l’illuminazione.
E’ capiato per caso (ma è sempe per caso, si dice, nascono le rivoluzioni) mentre facevo la doccia questa mattina. E mi è subito parso chiaro, semplice, quasi banale: oggi, mi sono detto, ucciderò un uomo.
Non importa chi sarà, nè perchè. Il manager di una multinazionale, forse. O un padrone di fabbrica. Oppure un immigrato che non si vuole integrare, un ragioniere di banca che consuma troppa benzina, un avvocato che va a puttane, un operaio che ha votato a destra o un disabile che non lotta per migliorare la sua condizione sociale: non importa, davvero: tutti sono colpevoli in un modo o nell’altro.
Adesso sono uscito, come se niente fosse, per compiere la mia missione. Salutando mia madre ho visto nei suoi occhi l’orglio (possibile che già intuisca? le madri, si dice, sanno tutto), la fierezza di aver messo al mondo un figlio attivo, una macchina per lottare.
Adesso andrò a casa di un compagno che conoscevo e gli chiederò di prestarmi la sua pistola: anche lui capirà, anche lui sarà orgoglioso di me e mi lascerà il ferro senza fare domande.
E poi sparerò, a caso, nella folla: gli schizzi di sangue sul muro sapranno dirmi, una volta per tutte, chi sono e perché.

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Ottobre 18, 2008

La truffa

Al liceo avevo un solo amico: lo chiamerò M. Era un ragazzo magro e perennemente stupito dalla vita. Era anche silenzioso – molto silenzioso. Non avevamo molto in comune. Una cosa sola: lui, come me, voleva diventare scrittore.
Ci incontravamo tutti i pomeriggi nel parcheggio di un supermercato. Portavamo dei libri (non ricordo quali) e leggevamo i nostri brani preferiti ad alta voce. Erano i primi anni 80 ed era inverno. Ricordo i carrelli del supermarket e le dita congelate della mano che reggeva il libro. Altre volte facevamo lunghe passeggiate costeggiando il fiume.
Lui era affascinato dallo smercio di eroina sotto i ponti, io dal panorama ruvido della collina: non parlavamo molto.
A me piacevano le citazioni, lui di solito ascoltava senza sorridere.

Questo succedeva in seconda liceo (era il 1983). Alla fine dell’anno scolastico successe qualcosa: M fu bocciato.
Ricordo bene quel giorno. Ci eravamo dati appuntamento davanti alla scuola per consultare i tabelloni. C’era vento e misteriosi fogli di carta mulinavano nel cortile del liceo. Il vento era percepibile anche all’interno – attraversava le pareti dell’edificio come una presenza. Salimmo la lunga rampa di scale e arrivammo alla sala in cui erano esposti i voti.
M era insufficiente in tutto meno che in religione.
Quando mi voltai stupito verso di lui mi accorsi che sorrideva.

Sono passati gli anni. Ho finito il liceo con buoni voti. Mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare come corrispondente per un importante quotidiano. Mi sono sposato, ho avuto due figli e ho pubblicato il mio primo libro.
E dopo il primo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Ho ricevuto alcuni riconoscimenti. Ho vinto dei premi e sono stato invitato a numerosi convegni in Italia e in Europa.
Di M non ho più avuto notizia fino a ieri.

L’ho incontrato al bar della stazione (tornavo da Barcellona dove avevo incontrato alcuni amici anch’essi scrittori). Beveva pernot: l’orologio sopra il banco segnava le sei e mezza di mattina.
Ho stentato a riconoscerlo. Era più magro di prima, l’espressione meno arcigna, più fluida. Lui invece mi ha riconosciuto subito. “Saranno trent’anni”, ha detto. Mi ha invitato a sedermi e a ordinare la colazione.
Poi ha cominciato a raccontare.

La prima cosa che ha detto è che aveva il cancro ma che sarebbe guarito. Certamente. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
Poi è tornato al 1983. L’estate della seconda liceo era stata un momento importante, per lui. Aveva capito due cose: che non avrebbe più studiato; e che sarebbe sicuramente diventato uno scrittore. Entrambe queste previsioni, aveva detto, si erano puntualmente avverate.
Così aveva lasciato il liceo e aveva trovato lavoro alle poste. Consegnava lettere con un motorino giallo. Girava la città (amava molto girare per la città) e aveva tempo di osservare le cose: le persone, gli oggetti, la pioggia.
Non ha mai più lasciato quel lavoro.
“Nel tempo libero”, ha detto, “scrivo”.

Ho guardato il bicchiere mezzo vuoto di pernot e il suo volto giallo, scarno. Ho guardato l’orologio e ho visto che era tardi: mia moglie mi aspettava per portare i bambini a scuola.
Mi sono alzato dal tavolo e ho pagato le consumazioni (lui non ha cercato di fermarmi). Accomiatandomi ho detto che mi aveva fatto piacere vederlo, avrei avuto piacere di incontralro un’altra vola con più calma.
“Quando sarò guarito”, ha detto lui.
“Quando sarai guarito”, ho ripetuto.
“Ora devo andare”, ha detto come se fosse lui ad avere fretta. “E’ meglio che mi rimetta a scrivere, ora”.

Ieri pomeriggio ho acceso il computer e ho cercato di lavorare: ho un romanzo da finire e un editore che mi chiama tre volte al giorno. Ho cercato di scrivere ma non ci sono riuscito. Ho guardato a lungo fuori dalla finestra cercando ispirazione. Non c’era il sole, non pioveva: non c’era nessun tempo.
Più tardi ho deciso di fare una cosa: ho digitato sulla stringa di google il nome e il cognome di M e ho dato avvio alla ricerca.
Esattamente quello che mi aspettavo: nessun risultato.

Nemmeno oggi riesco a lavorare. Fingo di tormentarmi ma conosco bene il motivo di questa paralisi: l’incontro con M mi ha turbato.
Sono uno scrittore famoso. Ho una moglie che amo e due figli ben educati. Una bella casa e molti amici.
Amo davvero queste cose: per me sono davvero importanti. Non mi nascondo nulla, cerco sempre di essere rigoroso con me stesso. Non sono insoddisfatto, non rimpiango il passato: sono esattamente ciò che avrei voluto essere.
M, ora. Delle due l’una: o ha davvero il cancro, come dice, e quindi morirà a breve; oppure è semplicemente pazzo.
Dunque? Sono fermamente convinto che la mia vita sia molto più ricca e appagante della sua, in maniera assoluta e sotto qualunque punto di vista.
Perché allora non posso fare a meno di sentirmi truffato?

Settembre 30, 2008

letteratura e nudità

per me la letteratura ha molto a che vedere con l’idea di nudità.

vi faccio degli esempi: una volta (avevo sette, otto anni al massimo) mi trovavo al mare con i miei genitori. a quei tempi avevo un’amica, una certa silvia, una ragazzina di quattordici o quindici anni che giocava con me in spiaggia e con cui facevo interminabili passeggiate lungo il litorale. dopo le passeggiate facevamo il bagno, e dopo il bagno andavamo a cambiarci in quei piccoli capanni di legno che le spiagge mettono a disposizione come spogliatoi. un giorno succede questa cosa: io mi cambio in fretta e furia, come al solito, e aspetto che lei esca dal suo capanno di legno per tornare in albergo dai miei genitori. sono lì che aspetto nell’aria fresca della sera quando mi accorgo di qualcosa: lungo la parete dello spogliatoio in cui si trova silvia c’è un piccolo foro, un’incrinatura tra le assi. dominato da un imponderabile (e fino allora sconosciuto) impluso mi accosto al foro e guardo.

quello che provo è difficile da definire se non come l’idea stessa di nudità. non tanto la sua (non ricordo nemmeno se in effetti fosse completamente nuda o meno; probabilmente la differenza, a quell’età, era per me del tutto irrilevante) quanto la mia: i miei sentimenti messi a nudo, il mio imbarazzo, i fiotti di sangue incontrollabile che pulsa nelle tempie.

un altro esempio: la mattina in cui mio padre mi dice che mio nonno, malato da tempo di cancro ai polmoni, è morto. di nuovo nudità: dolore, paura, violenza (della vita che finisce) per un istante infinitesimale allo stato puro.

ancora: la scena di “novecento” in cui donald sutherland uccide il bambino. troppo rapida, troppo incocepibilmente violenta per essere compresa, metabolizzata, assorbita.

questa sensazione indefinibile (la nudità delle cose che improvvisamente si svela, con una potenza d’urto incontrollabile) resta per me un importantissimo sintomo di buona letteratura. la parola scritta che riesce a sollevare per un istante il velo di teorie (di finzioni, di rimozioni) che permettono alla nostra vita di proseguire ogni giorno senza collassi improvvisi. il senso più profondo delle cose che senza alcun preavviso si rende manifesto e ti colpisce come uno schiaffo in pieno volto.

chiudo citando carver: “è possibile scrivere una sola riga di dialogo e far tremare la spina dorsale del lettore”.

fai questo, mi dico nei momenti di maggiore lucidità, e forse le parole che scrivi avranno senso.

Settembre 25, 2008

Compito generazionale e sentimento ambiguo

ieri, durante qualche lavoro di ristrutturazione del mio appartamento a torino, ho formulato un pensiero ambiguo di cui vorrei mettervi a parte.

il motivo per cui noi, venti-trentenni di oggi, possiamo permetterci di dedicare gran parte della nostra vita alla cura dello spirito è essenzialmente che i nostri genitori, cinquanta-sessantenni, hanno dedicato la loro alla risoluzione dei problemi materiali del mondo (leggi: il nostro mondo, l’occidente).

se io posso permettermi di parlare di “intelligenza emotiva”, per esempio, di leggere vollmann e di scrivere racconti, è perchè mio padre ha cooperato a creare il benessere economico necessario a concedermi un’educazione e una cultura degne di questo nome, e perchè, prima di lui, mio nonno (era un sarto) ha ricostruito l’Italia dopo il flagello fascista.

la nostra tremenda fatica intellettuale (per sopravvivere spiritualmente in un mondo senza certezze, in un paese governato da berlusconi, in un sistema violento e oppressivo come questo nostro liberismo senza confini) si fonda sulla loro tremenda fatica fisica (il sudore delle fronte delle generazioni passate).

noi non abbiamo mai vissuto la guerra, non sappiamo cosa sia la fame (viviamo male, anche economicamente, ma non sappiamo cosa sia la fame), ma abbiamo altre magagne ad affliggerci l’esistenza: il lavoro precario, i rapporti umani ridotti a niente, la paura che un bel giorno tutto quanto vada a puttane.

i nostri genitori vivevano di cose, noi viviamo di simboli.

l’altro giorno negli occhi degli operai che montavano un nuovo bidet (il vecchio è andato a pezzi ed è finito a rimpolpare le montagne di rifiuti di questo mondo di rifiuti) leggevo (ma lo leggo molto di più nei discorsi dei miei genitori, dei genitori dei miei amici) l’incomprensione per questa nostra vita costruita (a loro modo di vedere) sul niente: loro sudavano per installare un bidet che tra qualche anno, forse pochi, non sarà più mio ma di altri, e poi magari raderanno al suolo il palazzo per farci un centro commerciale.

e quella fatica, la loro fatica, dove andrà a finire? e cosa c’entrano con tutto questo i nostri simboli?

dovremmo provare gratitudine per chi ci ha dato la possibilità di pensare all’intelligenza emotiva e a vollmann, eppure proviamo rancore per una generazione che non capisce fino a che punto i nostri piedi affondino nella merda (che il panico è come la fame, soltanto una fame diversa: in questo senso siamo pionieri, cercatori d’oro nel klondike).

eppure, di questo sono convinto, il nostro rancore è giusto, sacrosanto: noi ogni giorno ci svegliamo e non sappiamo come andrà a finire questa vita, questo amore, questa passione, questa rabbia, tutto. noi dobbiamo lottare giorno dopo giorno per la sopravvivenza esattamente come i partigiani hanno dovuto lottare sessant’anni fa, per dare un senso (anche minimo) a questa vita. soltanto, il terreno della battaglia è altrove, nelle profondità dell’anima, nel significato nascosto delle cose.

e allora come capirsi, su quale suolo costruire una nuova comunicazione?

e tutta questa fatica, la loro e la nostra, dove andrà a finire?

che senso ha tutto questo soffrire, dentro e fuori la membrana labile del corpo?